Marlene in the sky di Gianluca Morozzi

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Se Marlene avesse avuto un blog, il motivo di quel sospiro sarebbe risultato molto chiaro. Aveva pensato di aprirlo soltanto una volta, un blog, nel periodo in cui chiunque esternava i propri non brillantissimi pensieri sulla rete. Era stato quando aveva solo nove anni, ma già un mare di cose da dire. Poi aveva rinunciato.”
(pag. 15)

“Marlene in the sky” è un libro speciale perché parla dell’adolescenza, quel periodo della nostra vita che molti di noi (me compresa) vorrebbero ricordare il meno possibile, ma che inevitabilmente, sempre quei molti di noi (me compresa) portano nel cuore con un sorriso.
Gianluca Morozzi riesce a concentrare tutto il turbinio delle emozioni adolescenziali in poche pagine di una storia ben congegnata, condendola anche con un bellissimo colpo di scena.
Qui c’è tutto: la passione maniacale per la musica (i Motorpsycho), l’amore ignorante per la poesia, il rifiuto del conformismo, la ribellione contro una società che non vuole comprendere le anime profonde e fragili, la segregazione sociale e, soprattutto, i fumetti con i supereroi.
E’ un romanzo dedicato ai nerd, a quella stramba categoria di individui (me compresa) che quando amano qualcosa la amano visceralmente.
Mentre leggevo questo romanzo mi sorprendevo a ridere spesso, perché in molti aspetti di Marlene mi rispecchiavo, specialmente in quelli più pertinaci, più plateali e teneri.
E’ una storia che dipinge un ritratto e lo fa con ironia e accuratezza, senza mai annoiare e senza mai sconfinare nel sordido, nel deprimente o nello squallore.
Non è facile raccontare una storia di adolescenza, ma al Morozzi tutto questo è riuscito forse proprio perché non voleva affatto raccontare una storia adolescenziale, bensì una storia di supereroi.
Bellissime le parentesi con gli appassionati dibattiti sulle trame dei Marvel e sulle capacità artistiche di questo o di quell’altro autore; dialoghi sul bus verso scuola che molti di noi hanno fatto con l’amico del cuore.
La grande domanda che tutti noi ci siamo fatti da ragazzini: se potessi scegliere, quale superpotere preferiresti avere?, in questo romanzo trova una risposta quanto mai tangibile e… pericolosa.

Titolo: Marlene in the sky
Autori: Gianluca Morozzi
Editore: Gallucci
Anno: 2013

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Caos a Qasrabad di Eugenio Saguatti

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Qasrabad era la città più orientale dell’Impero, l’avamposto della civiltà prima dell’Est Vuoto. Il Duca Abdast era stato incaricato di creare le condizioni per un’espansione massiccia verso  le pianure disabitate. Aveva ricevuto ampi poteri e rispondeva direttamente all’Imperatore.”
(pag. 59)

Che bella sorpresa!
Non posso che iniziare in questo modo la recensione di “Caos a Qasrabad”, primo romanzo di Eugenio Saguatti.
Confesso che, nel panorama italiano degli esordienti, è molto difficile trovare un romanzo fantasy con personaggi dipinti e non abbozzati, con dialoghi da cui traspare personalità, con un’ambientazione canonica ma non affettata. Insomma, un romanzo scritto bene.
Il protagonista, l’elfo chierico Neutrale, è una sorta di antropologo naturalista che passa la sua vita a familiarizzare con i popoli di territori ignoti e a scrivere saggi sulle sue esperienze di scienza.
Durante una delle sue ricerche sul campo, presso un villaggio di troll, viene costretto a lasciare l’appassionante lavoro a metà per recarsi a Qasrabad e indagare su una serie di omicidi avvenuti presso una scuola di magia.
Da qui la vita dell’elfo prenderà una piega inattesa non solo per i pericoli che egli dovrà fronteggiare quasi quotidianamente, ma soprattutto per il mutamento che avviene nella sua forma mentis, per tutta una serie convinzioni sulla magia che, piano piano, vengono messe in discussione da lui stesso.
Questo aspetto introspettivo del personaggio mi è piaciuto in particolar modo, perché mette in luce un punto di vista sul quale varrebbe la pena di soffermarsi di tanto in tanto: che cosa saremmo ora senza le nostre comodità, senza la nostra routine intrisa di oggetti che ci rendono da essi stessi dipendenti?
L’elfo protagonista si pone questa domanda in relazione alla magia: potrebbe cavarsela senza l’impiego della magia?
L’intero libro ruota attorno alla ricerca della risposta a questa domanda, ma mentre si è impegnati nella cerca, si vive un’intera avventura.
Non vi sono solo omicidi e un giallo da risolvere, vi è un’intera seconda parte del romanzo dedicata ad un viaggio iniziatico alla scoperta di se stessi e degli dèi.
Sono molto contenta di avere trovato questa piccola perla in mezzo alla miriade di pubblicazioni italiane sul genere.
Lo consiglio vivamente agli amanti del fantasy e della buona scrittura.

Titolo: Caos a Qasrabad
Autori: Eugenio Saguatti
Editore: Alacran Edizioni
Anno: 2010

Roma città morta – Diario di un’apocalisse di Luca Marengo e Giacomo Keison Bevilacqua

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Roma città morta“Se c’è una cosa che odio quasi più dei morti viventi è qualcuno che mi punta un’arma contro. Perché con i morti, lo sai, non puoi ragionarci, e sai che per la testa gli passa una cosa sola: mangiarti.”
(pag. 94)

Come reagirebbero gli abitanti di una città qualora questa fosse invasa dagli zombie?
E se quella città fosse Roma?
Marengo e Bevilacqua rispondono a queste domande attraverso un diario fatto di memorie scritte e di vignette.
La cronaca dell’invasione di zombie viene registrata attraverso l’osservazione diretta di tutto quanto accade davanti agli occhi dei due cronisti, intervallata da brevi e utili flashback per raccontare gli antefatti della tragedia: l’improvvisa e progressiva comparsa degli zombie, il dilagarsi dell’epidemia, nonché teorie più o meno attendibili sulla sua origine.
Gli zombie popolano gli scaffali delle librerie da diversi anni ormai, ma questo piccolo diario di un’apocalisse si distingue da tutte le altre opere per diversi motivi.
Innanzitutto i due autori sono riusciti a trattare un tema piuttosto abusato – come quello degli zombie – in maniera originale, mischiando la cronaca dallo stampo quasi giornalistico (di Marengo) a vignette ironiche e molto didascaliche (di Bevilacqua).
La trama, sospesa sullo sfondo degli eventi, si segue passo a passo attraverso i racconti dei due protagonisti e si dipana attraverso le pagine gradualmente senza mai subire stasi o annoiare il lettore.
Le illustrazioni servono ad aiutare l’immaginazione di chi legge, senza soverchiarla e, allo stesso tempo, colorano la vicenda con le sfumature di quell’umorismo nero tipico di certi fumetti di ambientazione apocalittica.
Confesso che, leggendo questo libro, mi sono soffermata spesso a immaginare che cosa avrei fatto io in una situazione simile: mi sarei rifugiata da qualche parte in campagna?, sarei rimasta nella metropoli a dare manforte al raffazzonato esercito della resistenza?, mi sarei unita ai sovversivi? Oppure… sarei stata contagiata e sarei andata a caccia di carne umana?
Sicuramente il tema della sopravvivenza nella metropoli invasa dai mostri è quello più interessante ed è altrettanto interessante leggere di come le persone si siano organizzate, ciascuno in maniera diversa, per combattere il nemico comune.
Ora, mentre scrivo questa recensione, mi rendo conto che il ruolo che, forse, mi sarei ritagliata in una situazione di epidemia zombie, sarebbe stato quella del Viaggiatore: individuo che viaggia di città in città trasportando le informazioni e facendo circolare le notizie.
In un paese completamente isolato, come lo è l’intera Italia immaginata da Marengo e Bevilacqua, il ruolo del messo è di vitale importanza, sebbene sia uno dei “mestieri” più pericolosi.
E voi che cosa fareste in caso di epidemia zombie?

Titolo: Roma città morta – diario di un’apocalisse
Autori: Luca Marengo e Giacomo Keison Bevilacqua
Editore: Multiplayer Edizioni
Anno: 2015

Cuori di Carta – Elisa Puricelli Guerra

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Cuori di Carta      “Non ti piace nessuno dei ragazzi qui?”
“No. Io voglio un corsaro, non posso mica accontentarmi di un semplice marinaio!”
“E come farai a sapere se un ragazzo è un corsaro?”
“Lo sfiderò a duello e lui dovrà battermi. Allora lo saprò.”

Tutto inizia quando una ragazzina lascia un biglietto, con una singolare richiesta di amicizia, tra le pagine del libro “Puck il Folletto” della Biblioteca dell’Istituto.
Il biglietto viene letto casualmente da un ragazzino, ospite del medesimo Istituto, che decide di intrattenere una fitta ed appassionante corrispondenza epistolare rispettando poche regole: non svelare la propria identità l’uno all’altra e continuare ad usare “Puck il Folletto” come mezzo attraverso il quale farsi pervenire i messaggi.
Dopo mesi di letture poco entusiasmanti sul fronte degli scrittori italiani, “Cuori di Carta” è una bocca di ossigeno.
Si tratta senza ombra di dubbio di una distopia epistolare ed è proprio quest’ultimo elemento a renderla ancora più avvincente: i due ragazzini si raccontano a vicenda attraverso brevi bigliettini adolescenziali, ma nel frattempo gli eventi attorno a loro prendono una piega inaspettata e per tutto il romanzo, incalzante e brioso, ci si domanda che cosa sia veramente questo Istituto e che cosa sia la Medicina che tutti i pazienti sono invitati ad assumere.
Lentamente si viene a scoprire il carattere eugenetico dell’Istituto e un mondo di adulti sordo ai veri problemi degli adolescenti ed incapace di aiutarli sul serio.
Vengono alla luce gli egoismi di una società fredda e calcolatrice che, per il proprio desiderio di tranquillità, è disposta a sacrificare la personalità più autentica degli individui e castrare senza scrupoli giovani vite privandole non solo dei ricordi, ma anche di se stesse.
In questo romanzo vengono affrontati temi molto profondi quali l’accettazione di se stessi al di là dei preconcetti imposti dalla società, il coraggio di fronteggiare gli eventi con le proprie forze, la consapevolezza che nessuno è solo a questo mondo e che è sufficiente chiedere aiuto per riceverlo.
“Cuori di Carta” è un romanzo che fa sorridere e sperare, è scritto con parole semplici, leggere, ma non per questo meno penetranti o commoventi.
Ci sono moltissimi rimandi alla letteratura classica per ragazzi, a fantasie e desideri prettamente adolescenziali che chiunque abbia ancora l’animo giovane, potrà cogliere con facilità e rimanerne catturato.

Autore: Elisa Puricelli Guerra
Titolo: Cuori di Carta
Editore: Einaudi, 2012
ISBN: 8866560049

Il muro di luce – Emiliano Grisostolo

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cover_il_muro_di_luceUno scienziato alle prese con la creazione di un varco tra diverse dimensioni negli anni sessanta. Pochi alieni coraggiosi che cercano di sventare un piano che potrebbe mettere in pericolo due realtà. Un ingegnere friulano contemporaneo che nota delle luci sopra le montagne a lui care e cerca di scoprire di più. Un portale in grado di mettere in comunicazione queste realtà in un’unica vicenda

Sono questi gli elementi portanti de Il muro di luce, un romanzo che cerca di rielaborare alcuni elementi classici della fantascienza in maniera personale e innovativa.

La trama rimane sospesa per buona parte del libro: si intuisce che le varie vicende dovranno incrociarsi prima o poi, se si conosce un poco il genere, perciò si aspetta pazientemente che ciò avvenga… Ma questo contatto tanto atteso avviene troppo tardi, a mio avviso: il romanzo infatti mi ha trasmesso la sensazione di una lunga, lunghissima premessa per stringere l’azione vera e propria nelle ultime cinquanta-sessanta pagine, quando le diverse vicende si uniscono, ma è difficile a mio avviso riuscire ad arrivarci, tanto che a un certo punto diventa quasi faticoso credere che non si congiungeranno mai. Le vicende dello scienziato e dell’alieno che lo contatta non mi hanno preso nella loro ripetitività e nel cliché dell’interrogatorio brutale, e nemmeno Marco è riuscito a conquistarmi nelle sue vicende quotidiane ordinarie, se non banali, ma soprattutto irrilevanti ai fini della vicenda. L’incrocio delle varie vicende fa proprio da demarcazione, ma quando finalmente le cose sembrano vivacizzarsi, tutta l’azione è descritta con lunghi elenchi di azioni, sempre con un ritmo che non riesce a prendere verve, anzi, le frasi brevissime col punto fisso rischiano solo di spezzettare di più le scene, senza però dare maggiore velocità. Ci sono molte ripetizioni, che contribuiscono ad appesantire la lettura, e soprattutto non ho capito la presenza di alcuni paragrafi che dal presente passano al trapassato prossimo in barba alla consecutio.

I personaggi rischiano di essere molto stereotipati, in particolare i militari di entrambe le fazioni: da un lato Cody, che dopo il classico discorsone paternalistico sulla storia e il bene dell’ignoranza collettiva su certe vicende vuota il sacco in un minuto, dall’altro i soldatoni cattivi con tanto di interrogatorio con tortura standard e monologhi da malvagio. Marco risulta antipatico e non si scrolla questa percezione di dosso per tutto il romanzo, anche per l’insistere su certi dettagli spesso ripetuti, forse autobiografici, come la marca dell’auto o dei gadget tecnologici, o alcuni flussi di pensiero anche qui paternalistici, in particolare sul suo lavoro o sulla tecnologia. Se il suo compagno di avventura viene introdotto tardi, ci si sofferma invece su molti personaggi che saranno poi “abbandonati”, a cominciare dalla fidanzata di Marco: seguiamo le sue beghe di lavoro, l’organizzazione della vacanza (a un certo punto pensavo che il contatto alieno alla fine sarebbe avvenuto a Sharm El-Sheik, visto quanto tempo viene dedicato alla preparazione di questo viaggio), alle problematiche di coppia con Marco e così via, ma dal momento in cui Marco comincia la sua avventura finale Paola diventa solo una meta a cui tornare, e tutte le vicende che riguardano anche lei rimangono irrisolte, anche a causa del finale un po’ sbrigativo.

Soprattutto, ero molto intrigata dall’ambientazione di questo romanzo, il Friuli Venezia-Giulia, mi è subito sembrata originale per una trama fantascientifica dal sapore molto classico, un connubio interessante: non sono mai stata in questa regione, anche se conosco abbastanza bene il versante altoatesino delle Dolomiti, e speravo di tuffarmi nell’ambientazione e scoprire un po’ d’Italia che ancora non ho avuto il piacere di conoscere, oltre a identificarmi nella passione per l’alta montagna.

Sono rimasta un po’ delusa, però: l’ambiente in cui si svolge la maggior parte della storia rimane  piatto e abbastanza anonimo, sfondo di lunghi elenchi di azioni abituali e insignificanti svolte dal protagonista o dai personaggi che gli girano intorno; temo che potremmo essere a Pordenone come a Canicattì, per me che non conosco la zona dove si svolge il romanzo. È stato davvero frustrante non riuscire a immaginarsi il luogo di cui si sta leggendo. Apprezzo il tentativo di parlare della propria zona in un romanzo fantascientifico, ma credo che una simile scelta di ambientazione vada resa sensata e coerente con la trama.

In generale, Il muro di luce mi è parso uno di quei romanzi in cui l’autore non riesce a fare un passo indietro e a scindere da sé la storia che ha scelto di raccontare: penso sia molto bello voler dare spazio alle proprie terre d’origine in quello che si scrive, ma bisogna rendere fruibili i propri luoghi cari anche a chi non li conosce, e dar loro un senso ai fini della trama. Mi è sfuggito proprio il senso della triangolazione New York – Pordenone – Montauk, se non si considerano le radici dell’autore, ma mi sarebbe piaciuta di più una spiegazione interna al romanzo. Avrei preferito inoltre che si riuscisse a delineare meglio lo svolgimento dell’anima fantascientifica della storia, piuttosto che insistere su dettagli ripetuti più e più volte che rimangono irrilevanti al fine della vicenda, e rischiano di indisporre ancora di più il lettore, data la quantità di informazioni in sostanza non importanti; ad esempio, mi sarebbe piaciuto un approfondimento su come le Nazioni aliene e gli umani hanno stretto un accordo, o le diverse alleanze su fronti opposti tra le due specie, perché avrebbe potuto essere uno degli elementi  più originali e caratterizzanti di quest’opera.

Credo che per autore sia importante nella pianificazione capire quanti e quali dettagli di una caratterizzazione risulteranno importanti per un lettore e quanto sia utile solo a suo uso e consumo nella creazione dell’opera, e stornare di conseguenza per lasciare più spazio ai tratti che possono rendere davvero unici e indimenticabili i suoi romanzi.

Autore: Emiliano Grisostolo
Titolo: Il muro di luce
Editore: CIESSE Edizioni, 2014
ISBN: 9788866601159

La radice del rubino – Gloria Scaioli

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Posso dire, con piacere, che ‘La radice del rubino’ è uno dei migliori fantasy italiani (e non) che mi siano capitati tra le mani negli ultimi anni. Il piacere è aumentato dal fatto che questo romanzo non faccia parte della moda del filone urban, ma sia un fantasy classico che vanta uno stile di scrittura impeccabile, un’ambientazione particolarissima, personaggi originali e ben costruiti e una trama avvincente.
Gloria Scaioli si ispira all’epica classica e al vasto folklore nostrano (un piacevole cambiamento nel mare di opere che si rifanno alla mitologia nordica) riuscendo a rendere omogeneo e credibile un panorama culturale molto variegato e facendo quel salto di qualità che a pochi autori riesce e che nel panorama del fantasy moderno fa riconoscere un’opera come valida in mezzo alla massa: dare all’ambientazione una sua piena originalità pur appoggiandosi alle mitologie conosciute, facendo sorridere il lettore per i piccoli colpi di genio seminati tra le pagine. Le città stato, il funzionamento della magia, le tante particolari creature, la politica, tutto è studiato nei dettagli ed esposto al lettore nel modo più intelligente: attraverso brevi frasi inserite nel testo e nell’azione, evitando ‘spiegoni’ inutili e deleteri che spesso rovinano opere che potrebbero essere più meritevoli.
Lo stile, in generale, è ottimo: forbito ma non verboso, scorrevole (tranne nel prologo, che risulta un po’ contorto e purtroppo è la parte meno riuscita del libro) e si inserisce piacevolmente in quello dei grandi classici del genere. Azione e descrizione compartecipano senza soverchiarsi nell’armonia dell’opera. Ho apprezzato molto i piccoli tocchi d’ironia che alleggeriscono una scrittura che ai più giovani potrebbe sembrare un po’ pesante, riuscendo a rendere l’opera fruibile anche a lettori che si accostano al fantasy senza conoscerlo.
La trama è interessante, si basa sui topoi più classici del fantasy e dell’epica in generale: la profezia, il gruppo di eroi, il viaggio e la guerra, rielaborandoli in modo inaspettato. Ci sono forse capitoli meno avvincenti di altri (le avventure della mercenaria Tamari, ad esempio, passano un po’ in secondo piano rispetto al resto) ma in generale l’ordito è tessuto alla perfezione e il lettore prosegue la lettura sempre più interessato alla piega che prenderanno gli eventi successivi. Purtroppo, il viaggio dei protagonisti si interrompe a metà strada, appena dopo la costituzione del ‘gruppo definitivo’, anche se l’azione si conclude abbastanza da non lasciare l’amaro in bocca. Ma in una trilogia, la cosa è considerata accettabile.
I personaggi, protagonisti, comprimari e antagonisti sono ben caratterizzati, credibili, originali e complessi. Ognuno agisce secondo motivazioni ben precise e coerenti e nessuno di loro cade sotto l’etichetta ormai noiosa e forse sorpassata di ‘eroe senza macchia e senza paura’. Non voglio dare anticipazioni, sicuramente la caratterizzazione dei personaggi è uno dei punti di forza dell’opera.
Le solite due parole sulla confezione: l’edizione paperback è solida, la copertina ha un’illustrazione molto bella e rappresentativa della particolarità dell’opera e l’editing mi sembra esser stato piuttosto accurato.
Consiglio la lettura de ‘La radice del rubino’ a tutti gli amanti del fantasy, dell’epica, delle leggende e delle storie ben scritte in generale. Forse avrebbe meritato la pubblicazione da parte di un ‘grande editore’, ma il prodotto finale è curato e godibile in ogni caso, decisamente più di alcuni prodotti della grande editoria.
Titolo: La Radice del Rubino

Autore: Gloria Scaioli
Editore: Plesio, 2012.
ISBN:9788890646256.

Dietro la porta d’oro – Pinin Carpi

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Dietro la porta d'oro“La porta in quel buio splendeva più della Luna piena nel più scuro dei cieli. Sopra si vedevano tante stupende figure tutte d’oro: mari in burrasca, cieli tempestosi, montagne nella bufera, giardini con tante casette dalle finestre tutte chiuse, alberi agitati dal vento e anche della gente imbacuccata per il freddo e con la faccia triste. E tutto sembrava muoversi lentamente come se ogni nuvola, ogni onda, ogni albero fossero vivi.” (pag. 40)

Pinin Carpi, che ho scoperto per caso, è stato un autore e illustratore per bambini e ragazzi tra i più prolifici del ventesimo secolo in Italia.
“Dietro la porta d’oro”, infatti, rispecchia perfettamente il suo stile, che accompagna bellissimi disegni ad una prosa vivace e rapida, ma mai scontata oppure infantile.
Mentre leggevo il romanzo mi sono resa conto che conteneva molteplici simbolismi e diversi topoi della narrativa fiabesca e fantastica: il superamento di numerose prove, ancorché con l’aiuto di valenti amici, la sconfitta del mago malvagio, i gatti e i cavalli, animali magici per antonomasia e la porta stessa, che altri non è se non la soglia – da varcare – per accedere ad uno stadio ulteriore della conoscenza.
Nell’intreccio rocambolesco della storia, l’autore inserisce anche il primo allunaggio del 1969, la battaglia spaziale contro una società aliena e parassita, le avventure di una famiglia di gnomi irlandesi e le vicende del piccolo Gabriele, volente o nolente, centro nodale della trama.
Eppure tutti questi eventi, apparentemente contraddittori, scorrono sulle pagine con fluidità e senso, e la penna di Pinin Carpi ci accompagna nel viaggio iniziatico di Gabriele attraverso descrizioni efficaci e disegni che fermano la lettura per lasciarsi guardare senza sosta.
Verso la fine del romanzo mi sono anche domandata come l’autore avrebbe concluso la storia e sono stata piacevolmente stupita nel constatare che tutte le avventure che Gabriele ha vissuto con i suoi amici gnomi non sono state opera di un sogno o di un’illusione, ma sono davvero accadute.
Questa scelta riposa sulla consapevolezza che “Dietro la porta d’oro” è una storia dedicata ai bambini e ragazzi (o adulti che non hanno mai smesso di sognare) e, proprio per questo, terminare il romanzo con una spiegazione razionale o logica di tutti gli eventi, avrebbe troncato l’entusiasmo del giovane lettore e lo avrebbe deluso.
Il sogno non muore, ma diventa, esso stesso, realtà.
E Pinin Carpi sapeva, come sanno tutti i bambini, che le storie devono renderci felici, devono donarci emozioni positive e – soprattutto – divertirci, motivo per cui tutto ciò che Gabriele vive dietro la porta d’oro ha immancabilmente delle conseguenze sulla realtà.
In questo modo tutti noi possiamo sperare, un giorno, di poter incontrare un piccolissimo gnomo in un boschetto alle porte di Milano e farci trascinare in un viaggio oltre i confini del comprensibile, ma non per questo meno reale.

Autore: Pinin Carpi
Titolo: Dietro la porta d’oro
Editore: Avallardi, 1995
ISBN: 88-11-97521-2

Apoptosis – Renato Mite

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Apoptosis

Accetteresti di sperimentare un aggeggio che ti entra nel sistema nervoso e scandaglia i tuoi impulsi neurali? Nessuno, ti dico nessuno, vuole che qualcuno possa entrare nel suo sancta sanctorum cerebrale dove nasconde scheletri mentali, pensieri maliziosi, amori, odi, rancori, sogni erotici, speranze. Gli strizzacervelli sono temuti proprio per questo.” (pag. 11)

La salute è uno dei diritti sacralizzati all’interno della nostra Costituzione, combinato con l’altrettanto sacro diritto di scegliere se sottoporsi o no ad un trattamento sanitario.
Il diritto alla salute, però, non implica il dovere di essere sani.
L’apparente contraddizione di questo principio, si inserisce perfettamente nello schema delle libertà individuali tipiche dei moderni ordinamenti giuridici.
Non possiamo obbligare nessuno ad essere cristiano, comunista, diligente oppure… sano.
Nel romanzo “Apoptosis” questo dogma della società moderna viene portato al parossismo.
E così nasce la Patoneuroscopia che, attraverso l’impianto nel sistema nervoso del dispositivo PNS,  letteralmente scansiona lo stato di salute delle persone producendo diagnosi a beneficio dei medici. Questi ultimi non devono fare altro che leggere la diagnosi partorita dal PNS e fare le deduzioni più ovvie non solo sullo stato di salute di un paziente, ma anche sulle eventuali cure da effettuare.
Dietro al PNS ci sono, ovviamente, gli enormi interessi economici di un’altrettanto enorme casa farmaceutica, la HOB, che – nell’ottica spregiudicata del profitto – sacrifica la vita di numerosi pazienti-cavie ( i c.d. antesignani).
Un gruppo di giovani ragazzi con la passione per l’informatica, decide di scoprire il marcio che si nasconde dietro al PNS e di sollevare il velo di Maia dagli occhi dell’umanità.
Ci riusciranno? Anche se la risposta a questa domanda appare scontata, vi assicuro che non è per questo che dovete leggere il romanzo.
“Apoptosis” è scritto veramente bene e le pagine scorrono una dietro l’altra come la pellicola di un film.
Il linguaggio è spesso tecnico-scientifico oppure tecnico-informatico, ma non così tanto da rendere pesante la lettura oppure incomprensibile.
L’autore si preoccupa spesso di spiegare i passaggi scientificamente più complessi e, anche se a volte non ci riesce, questo non ostacola minimamente la prosecuzione della lettura.
I personaggi sono caratterizzati talmente bene che a volte sembra di vederli e anche le loro scelte, i loro dialoghi e le loro azioni sono molto coerenti con la loro caratterizzazione oppure con il contesto in cui si trovano.
L’unico appunto che posso fare al romanzo è relativo al personaggio di Matt, l’eroe che occupa un ruolo da protagonista nella prima parte del libro, mentre nella seconda è relegato ad un ruolo quasi marginale. E’ un peccato.
E’ chiaro che il tema portante della storia riguarda la spregiudicatezza delle case farmaceutiche, la miopia del Governo centrale e l’abuso ingenuo di farmaci quando il confine che li separa dalla droga è a volte fin troppo labile.
In conclusione, consiglio caldamente questo romanzo sia per i temi che tratta, ma soprattutto per la trama avvincente e per la bella scrittura. Meriterebbe di essere pubblicato da un vero editore.

 

Titolo: Apoptosis
Autore: Renato Mite
Editore: Auto pubblicato, 2014
ISBN: 9788891066619

Nürnberg Fallout 14/88 – Giuseppe Pasquali

downloadLa Storia è un fiume il cui corso non è possibile imbrigliare in alcun modo. Nessuno l’avrebbe mai predetto. Nessuno, nella Repubblica di Weimar, credeva a quelle parole, livide di rabbia e odio. Sarebbe stata neces­saria un’immane catastrofe perché un partito come quello nazista conqui­stasse il sostegno delle masse. E il disastro arrivò nel 1929 con l’improvviso collasso dell’economia, sulla scia del crollo della borsa di New York. Wall Street fu solo l’avvisaglia della tempesta. Dodici anni dopo, nel 1941, i primi ordigni atomici tedeschi cominciarono a cadere su tutta l’Eu­ropa. Due terzi della popolazione del continente perì nella prima settimana del conflitto. Tra le rovine di nazioni incenerite dal fallout atomico, una sola bandiera sventolava nei deserti radioattivi in segno di vittoria. La croce uncinata nazista. Il Nuovo Ordine voluto dal Terzo Reich aveva inizio. Fu allora che apparvero i Giganti. Sconosciuti. Feroci. Implacabili. Venuti dal nulla con un unico scopo: divorare gli esseri umani. Due secoli dopo, l’umanità si ritrova asserragliata dietro all’ultimo baluardo rimasto in Europa: l’immenso Muro di Berlino che taglia in due il continente. Siamo nell’anno 237 del Reich Mille­nario. La guerra volge al termine. 
 
Nürnberg Fallout 14/88 è un romanzo molto interessante, che unisce in modo efficace il distopico e il fantastico.
La vicenda è incentrata su Gertude Schmitt, alto ufficale delle Vergini Nere, un corpo monastico-militare composto da sole donne, in un’Europa squarciata dal fallout atomico. La sua fede nel Reich Millenario e nel Führer divinizzato sono incrollabili, almeno fino alla morte della sorella gemella, Irmengard, evento che porterà la donna a una lenta e inesorabile caduta sociale, fisica e psicologica. Gertrude in un certo senso è il romanzo: i personaggi non sono molti, e sono tutti trasfigurati dalle sue opinioni e dalle sue percezioni. E’ un personaggio coerente, perfettamente delineato in ogni mostruoso e disturbante dettaglio. Attraverso di lei scopriamo gli altri, che restano però sempre in ombra rispetto a lei e sono rilevanti solo in sua funzione.
Non voglio anticipare nulla sulla trama, perchè, pur non essendo particolarmente complicata se vista in prospettiva lineare, è narrata in modo particolare, con salti tra passato e presente costruiti in modo magistrale e potrei veramente guastare la lettura, rovinando il gioco di dettagli e rimandi che Pasquali è riuscito a creare utilizzando uno stile di scrittura molto cinematografico, poco discorsivo, con frasi e paragrafi brevi, che evocano nella mente del lettore una sequenza di immagini. E’ uno stile che non piace a tutti, e che io generalmente non apprezzo, ma che qui è assolutamente funzionale, adatto alla costruzione della storia, delle atmosfere cupe del romanzo e dell’ambientazione.
Ambientazione che è molto interessante e curata, in tutta la sua decadenza, crudezza e crudeltà psicologica che si riflette anche nel mondo fisico. Azzeccatissima la scelta di mantenere i Giganti, orribile minaccia per il Reich proveniente dalla zona critica oltre il muro di Berlino, come una presenza incombente ma mai palesata per la maggior parte del romanzo. Avrei apprezzato anche la scelta di non mostrarli affatto: la loro esistenza non è comunque mai messa in discussione e la vista degli effetti della minaccia senza vedere la minaccia stessa è un metodo di narrazione molto ‘Sublime’. L’unica nota stonata (per chi conosce il gioco) sono le frequenti somiglianze con certi aspetti di Warhammer 40.000, soprattutto per quel che riguarda l’organizzazione delle Vergini Nere e della religione del Reich.
Ma a parte questo dettaglio, in fin dei conti trascurabile se si guarda l’opera nel suo complesso, Nürnberg Fallout 14/88 è un ottimo romanzo, che meriterebbe di essere più conosciuto e che sicuramente merita di essere letto.
 
Titolo: Nürnberg Fallout 14/88
Autore: Giuseppe Pasquali
Editore: Linee Infinite Edizioni, 2013.
ISBN: 9788862471053.
 
 

Argetlam, la Spada di Luce – Alessia Mainardi

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Argetlam

“«E sia, dunque. Bres sarà re fino a quando mio figlio non raggiungerà l’età adulta e reclamerà la Cliam Solais come capo della nostra gente. Questo è il volere di Nuada Argetlam, re supremo dei Tuatha De Danann.»”
(pag. 11)

Ovviamente le cose non sono andate come il valoroso sovrano Nuada aveva prospettato nella breve frase riportata qui sopra.
I nemici di sempre, i Fomori, trovano il modo non solo di sconvolgere i suoi piani, ma di uccidere quasi tutti i membri della sua genia, i Tuatha De Danann, antico popolo alieno giunto sulla Terra lungo uno dei Sentieri Celesti e stabilitosi in Irlanda.
A Nuada stesso, poi, viene riservato un destino ancora più crudele: costretto sotto forma di statua ad una lunga criostasi in cui – sebbene immobile e impotente – può sentire ogni singolo lamento del suo popolo caduto in disgrazia.
Privato del suo braccio, non è più degno – secondo le regole dei Tuatha De Danann – di governare, perché un buon sovrano deve essere fisicamente integro. Per questo il medico della sua stirpe gli forgia un braccio d’argento (da qui l’appellativo di Argetlam), ma questo non è sufficiente per fargli riguadagnare i suoi diritti e soprattutto gli impedisce di impugnare per sempre la Spada di Luce – Cliam Solais – potente artefatto che i Tuatha De Danann avevano portato con sé dal loro pianeta di origine, insieme ad altri tre “Gioielli”.
In questo quadro piuttosto tragico, in cui si consuma il genocidio di un’intera razza aliena, ad opera di altri alieni feroci e barbari, si inseriscono le storie di Ginevra, antica ed ignara discendente delle Fairy e tutta la schiera dei suoi fedeli amici.
Non ho intenzione di svelare altro sul ruolo di prim’ordine che Ginevra è destinata ad avere nella trama, tuttavia devo fare un paio di note molto positive all’autrice per avere studiato bene ogni dettaglio della razza Fairy e averla messa abilmente in correlazione con i Tuatha De Danann.
Il dettaglio delle “spose-ombra”, la perpetuazione e, in generale, il complicato collegamento che sussiste tra l’Ospite e il Simbionte, sono curati molto bene, a volte persino con eccesso di zelo.
Il romanzo, il primo dei quattro di una saga, è scritto molto bene, scorrevole e la trama fa venire voglia di proseguire nella lettura senza sosta.
Un altro dettaglio che ho apprezzato è la città in cui gli eventi sono ambientati: Parma. Finalmente una città italiana e nemmeno la più grande e celebre. Questa scelta va indubbiamente a vantaggio dell’intera trama, arricchita spesso da riferimenti storico-geografici mai scontati.
Devo ammettere, però, che a volte l’autrice si sofferma troppo sulla spiegazione dettagliata dei sentimenti dei suoi personaggi, quasi li volesse giustificare agli occhi del lettore.
Ritengo che questo non sia sempre necessario, anzi, un po’ di reticenza a volte lascia spazio al lettore per riflettere per conto suo sulle scelte dei protagonisti.
E’ raro trovare oggi romanzi urban fantasy di scrittori italiani emergenti scritti bene e interessanti, per questo sono felice di poter dire che “Argetlam” rappresenta un’ottima prova per Alessia Mainardi e spero di avere presto occasione di leggere il seguito.

Titolo: Argetlam, la Spada di Luce
Autore: Alessia Mainardi
Editore: Nine Art Edizioni
Anno: 2014