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Oggi inauguriamo un nuovo angolo del nostro blog: quello delle interviste! Ospitiamo l’autore de “La danza delle marionette” che ho già avuto il piacere di recensire. Un caloroso benvenuto a Luca Buggio!

Lesangestvie: Come ti è venuta l’idea per questo libro? C’è stato qualche evento della tua vita che ti ha spinto a scegliere determinate tematiche?

Luca Buggio: Ciao Igor e grazie per lo spazio che mi hai concesso nel tuo blog. L’idea della Danza delle Marionette nasce da un’esperienza vissuta in prima persona. Dopo essermi avvicinato al mondo dell’assistenza sociale durante l’anno del servizio civile, mi sono dedicato per oltre dieci anni al volontariato: sono stato, tra l’altro, fondatore di un’associazione che si occupa di assistenza ai minori ospiti di case di accoglienza e comunità. E’ stata un’esperienza molto importante, non solo per il più o meno grande aiuto che posso avere dato a persone in difficoltà, ma anche perché mi ha aiutato a imparare qualcosa su me stesso. Mi ha colpito molto rendermi conto che spesso un volontario cerca di colmare un vuoto interiore, e che tanto “altruismo” non è mai, per così dire a fondo perduto. Da lì è arrivata l’idea di fare del mio protagonista un vampiro: un non morto che cerca di fare del bene a qualcuno perché è un qualcosa che lo fa sentire ancora vivo. E che sfoga i suoi istinti, la sua natura, il suo lato malvagio… Su quelli che fanno del male ai suoi protetti; teppisti, stupratori, malavitosi. Ma quello che Angus sembra all’inizio della storia, un eroe senza macchia e senza paura, è un quadro che rivela pian piano imperfezioni e fragilità.

L: Ho trovato particolarmente interessante il personaggio di Angus. Pur non essendo umano, cerca di mantenere la propria umanità, ma seguendo una strada ben diversa rispetto a Louis della Rice. Questo contrasto è voluto?

LB: Quasi nello stesso periodo in cui iniziavo la mia avventura nel mondo del volontariato, mi è capitato di vedere due film: “il corvo” con Brandon Lee, e il forse meno conosciuto “Fearless”, con Jeff Bridges. Del primo mi colpì l’inarrestabile sete di vendetta di questo protagonista che era praticamente invulnerabile perché era già morto. Del secondo (la storia di due sopravvissuti a un disastro aereo) mi rimase impressa la scena finale, quando Jeff Bridges cerca di fare coraggio ai passeggeri dell’aereo mentre questo sta precipitando. Ho rivisto in quei due i personaggi dei lati del me stesso volontario portati all’estremo: che cosa farei, se ne avessi il potere, a una persona che ha fatto del male a un indifeso? Che cosa farei, se ne avessi il potere, per risanare il dolore interiore di una persona che soffre? Così è nato Angus. Un po’ Luca volontario, un po’ Eric Draven del Corvo, un po’ Max Klein di Fearless. Angus è un vampiro che si prende cura delle persone che non hanno nessuno, e che si nutre di coloro che fanno del male agli altri. Una estrema semplificazione, in fondo. Angus non si chiede, per esempio, se un certo sfruttatore di ragazzine non sia stato a sua volta un bambino abusato. Lui dispensa la sua giustizia anche perché ha comunque bisogno di nutrirsi di sangue per sopravvivere. Dall’altra parte, come tutti, sente il bisogno di essere amato.

L: Per quanto riguarda invece Kerri, si presenta da subito come la vera prospettiva umana in una storia dove esseri sovrannaturali vivono le loro vendette e macchinazioni. Hai tratto ispirazione da una figura reale nel caratterizzarla?

LB: Eccome! Durante la mia esperienza come volontario ho incontrato persone eccezionali, che dedicano la loro vita ad aiutare il prossimo. Persone di incredibile energia, forza, umanità, che non fanno distinzione tra lavoro e tempo libero perché vivono il lavoro con una passione assoluta. Kerri è innanzitutto un omaggio a queste persone, alcune delle quali sono anche tra i miei amici più cari.

L: Come mai hai deciso di scegliere proprio la tematica delle case di accoglienza come elemento centrale della storia?

LB: Sentivo di avere dei pensieri da mettere in ordine su quello che è stato un percorso di vita. Da questo punto di vista, scrivere mi aiuta tantissimo. Mi sono reso conto che in questo percorso ci sono tantissimi conflitti: conflitti tra vittime e carnefici, conflitti tra vittime e coloro che cercano di aiutarli. E poi ci sono i conflitti interiori, e quelli colgono tutti: gli ospiti delle strutture di accoglienza, gli educatori, i volontari. Il conflitto è la base di una buona storia: così ho pensato di scriverla. Il mondo di cui parlo nella Danza delle Marionette, quello “reale” della Fondazione Shannon, dei protetti di Angus e di Kerri, è un mondo ricchissimo di sentimenti e di cui, specie negli ultimi tempi, gira un sacco di disinformazione. Molti media cavalcano l’onda del “chiudete le comunità e gli orfanotrofi, i bambini devono stare a casa con le loro famiglie”: invece questi luoghi possono essere delle vere e proprie ancore di salvezza.

L: Leggendo le pagine che hai scritto, non possono che tornare in mente i romanzi di Anne Rice e il gioco di ruolo Vampiri la Masquerade. Ti sei almeno in parte ispirato ad una di queste fonti? Cosa che comunque considero più una sorta di tributo che un vero e proprio prestito.

LB: Ho letto qualche libro di Anne Rice, ma specialmente il bellissimo “i cacciatori delle tenebre” di Barbara Hambly. Conosco bene il gioco di ruolo. Ho visto il primo film di “Underworld”. Sono tutti elementi che mi hanno aiutato a organizzare la società vampirica di cui Angus fa parte. Anche in questo caso, però, a guidarmi è stato il desiderio di trovare una metafora. Tutti noi cerchiamo di dare un senso alla nostra vita, una direzione, un obiettivo. Ci sono quelli che perseguono il potere e il controllo, quelli che si dedicano alla conoscenza, quelli che traggono gioia dal dedicarsi agli altri. E poi ci sono quelli senza una direzione, quelli che vanno così come viene, che spesso vengono manipolati da altri o sono in cerca di un modello da seguire. Estremizzando, questa era la mia idea di vampiri. Individui che per una ragione o per l’altra hanno un ciclo di vita che tende all’immortalità, e che cercano un modo per sfuggire a secoli, millenni di notti sempre uguali. Chi la trova diventa un modello per i suoi simili, così si formano famiglie, clan e alleanze.

L: Quando hai cominciato a scrivere e quali storie di piace raccontare?

LB: Ho iniziato alle scuole medie: un romanzo di avventura scritto a quattro mani con il mio amico del cuore dell’epoca. Poi c’è stata una storia ambientata nel mondo della formula uno durante i primi anni delle superiori, una saga fantasy, racconti vari… Tutto cestinato oppure nascosto nel classico “cassetto”. Ho scritto e scrivo tuttora sceneggiature per il teatro (altra mia grande passione) che poi ho modo di portare in scena nella compagnia di cui sono anche regista. Mai e poi mai avrei immaginato di pubblicare qualcosa, e nemmeno avrei tentato con la Danza delle Marionette, se coloro che mi stanno vicino e avevano letto la storia non mi avessero detto e ripetuto mille volte che valeva la pena di provarci.

L: Uno scrittore in genere è lui stesso un accanito lettore. Quali sono i tuoi autori e libri preferiti?

LB: Un po’ di tutto. Stephen King, fino a “la bambina che amava Tom Gordon”, è il mio autore preferito, ma il migliore per la capacità di tradurre ogni parola in poesia rimane, a mio giudizio, Herman Hesse. Mi piace la narrativa di genere storico e leggo tutto quello che mi capita a tiro. Il romanzo che mi porterei dietro se potessi salvarne soltanto uno sarebbe “il conte di Montecristo” di Dumas, dopo una dura lotta con “i miserabili” di Hugo. Tra gli autori recenti, mi sono piaciuti molto Zafon (“L’ombra del vento” e “Marina”) e Khaled Hosseini (“mille splendidi soli” perfino di più del celebre “il cacciatore di aquiloni”). Devo invece ammettere di essere molto tiepido nei confronti del genere fantasy. Da ragazzo Tolkien mi ha fatto sognare, ma da lì in poi ho spesso avuto la sensazione di ritrovare scopiazzature del Signore degli Anelli, con poche eccezioni. Mi sono piaciuti i libri di Michael Moorcock, David Gemmell e Katherine Kerr. Avrei apprezzato anche la saga di David Eddings, se non fosse per la sua scelta di lieto fine a tutti i costi dove deve sposare per forza tutti con tutti. Mi è piaciuta la saga di Harry Potter, complimenti alla Rowling per l’idea, l’ambientazione e anche per lo stile coinvolgente. Poco altro nel panorama fantasy. Ogni volta che leggevo qualche nuovo autore mi sembrava di averlo già letto. Il concetto stesso di documentarsi per rendere credibile l’ambientazione, per certi autori, sembra essere andato a farsi benedire. Nella maggior parte dei fantasy degli ultimi 15 anni la regola è: “non c’è nessuna regola, posso scrivere tutto quello che voglio, tanto è fantasy!”. Poi, grazie alla serie TV, ho scoperto le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, e devo dire che è stato amore a prima vista. Anche se gli ultimi libri usciti mi sembrano un po’ allungati nel brodo, ritengo Martin un vero innovatore del genere.

L: La tua è una storia di vampiri, ma cosa pensi della trasformazione di questa creatura nella letteratura degli ultimi tempi? Penso in particolare alla saga di Twilight e a tutte le pubblicazioni sui vampiri uscite su quell’onda.

LB: C’è un grosso equivoco di fondo, secondo me, legato a questi libri: vengono spacciati per romanzi fantasy ma sono a tutti gli effetti dei romance. Fantasy e romance hanno regole molto diverse di scrittura perché si rivolgono a generi di lettori diversi. E’ chiaro che far piacere “Twilight” agli amanti del genere fantastico è cosa ardua, come sarebbe arduo far piacere “Il trono di spade” a una lettrice di Harmony. Ho letto soltanto il primo romanzo della Meyer, e devo dire onestamente che non mi è piaciuto per una serie di ragioni. La prima è che non amo il genere romance. E Twilight è un romance, senza ombra di dubbio, con la sua ambientazione finalizzata all’amoreggiamento dei due protagonisti, con lo stile ripetitivo mirato a ricordare quanto è bello Edward, quanto è forte Edward, quant’è romantico Edward… Il “vampiro” di Twilight è il principe azzurro dell’Harmony reso perfetto all’ennesima potenza, e perfino immortale. Ecco il messaggio che arriva alla ragazzina che legge questo romanzo:  “una ragazzetta scialba e timida, poco popolare, che si sente inadeguata, farà innamorare il principe azzurro perfetto e immortale che renderà immortale anche lei. E vissero per sempre felici e contenti”. Una bella fiaba da sognare, e tutto sommato se avessi una figlia adolescente che si avvicina alla lettura non mi dispiacerebbe vederle leggere questo libro. Poi mi è stato detto che nei capitoli successivi della saga le cose sono un po’ degenerate e che anche il messaggio si è distorto. Di certo Twilight non merita di passare alla storia come un libro ben scritto. E di sicuro non è un romanzo di vampiri.

L: Parlando di argomenti più tecnici, puoi raccontare brevemente qual’è stata la tua esperienza come autore in cerca di editore? Hai incontrato particolari difficoltà?

LB: La difficoltà che ho avuto è la stessa, credo, di tutti gli autori alle prime armi. Oltretutto, all’epoca non conoscevo ancora un sito, writers dream, che in seguito ho trovato molto utile per capire come mi sarei potuto muovermi. Convinto che non avrei avuto speranze con i grossi editori, mi ero rivolto solo a piccole realtà imponendomi come unico vincolo il non pagare nulla per pubblicare, quindi non ho fatto altro che rifiutare sistematicamente tutte le proposte di pubblicazione con contributo.

L: Com’è stata l’accoglienza da parte dei lettori? Hai ricevuto commenti o critiche?

LB: L’accoglienza dei lettori è stata molto positiva, da quanto ho potuto constatare attraverso le recensioni su internet e dai riscontri diretti. I lettori hanno apprezzato la duplice chiave di lettura della storia e, cosa curiosa, ho ricevuto positivi commenti dai fan dei vampiri tradizionali che dalle giovanissime fan di Twilight e soci. Una di loro, alla Fiera del Libro di Torino, tornò a trovarmi dopo aver comprato il libro l’anno prima e per dirmi “Twilight mi è piaciuto ma so che è una fiaba, il tuo invece mi piace perché potrebbe essere vero”. Non sono mancate critiche e osservazioni, così come dev’essere, e ne ho tratto utile insegnamento. Anzi, la persona a cui mi sono rivolto per avere una recensione “cattiva” (e in parte l’ho avuta, ma meno cattiva di quanto temessi) è diventata una preziosissima collaboratrice, oltre che un’amica, che mi sta aiutando nella revisione della mia nuova opera.

L: Ti ringrazio per la tua disponibilità. Personalmente il tuo libro mi è piaciuto molto e mi ha fatto riscoprire i vampiri che mi piacevano prima dell’avvento di Edward & Co. Prima di concludere, c’è qualche altra cosa che vorresti dire sul libro? Non dico fatti una domanda e datti una risposta di marzulliana memoria, ma se vuoi aggiungere qualcosa, prego!

LB: La tua intervista è stata molto completa e interessante, e non posso aggiungere nulla altro, se non ringraziare te e tutti gli amici del blog per l’attenzione che mi avete dedicato. Un caro saluto a tutti, e arrivederci!